La Bolla di indizione di questo Giubileo, Peregrinantes in spe, apre un capitolo entusiasmante sui missionari che sono annunciatori di speranza, dunque nuntiantes in spe.
Lo sono anzitutto perché hanno fatto esperienza della fonte di speranza, che è lo stesso Signore, il quale, come polla sorgiva, fa scaturire nel cuore continui zampilli di speranza nell’oggi e verso il domani. I missionari, chiamati dal Signore e inviati dalla Chiesa nei vari luoghi del mondo, diventano essi stessi uomini e donne di speranza, capaci di contagiare di fiducia e di desiderio coloro che incontrano. I discepoli-missionari apprendono la speranza anche presso le culture dove si recano. Personalmente ricordo tanti insegnamenti ricevuti dai popoli che ho avuto la gioia di incontrare. Per esempio, il salmo 127 – “Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo” – l’ho imparato bene presso tanti popoli definiti sottosviluppati dalla nostra civiltà occidentale che, al contrario, non vive il dono del Signore, chiudendo il grembo alla grazia di Dio e rendendo di conseguenza la vita sterile, triste e insignificante. Un altro segno di speranza – reso più luminoso se paragonato alla nostra meschina cultura dello scarto e dell’efficientismo – è la venerazione omaggiata agli anziani e ai vecchi, i quali diventano fari di speranza consegnando a figli e nipoti le gemme della loro esperienza passata, che diventano diamanti per il futuro. Ancora, germi di speranza, li ho trovati nella ricchezza di relazioni vive, personali, fraterne: quanta gioia ho visto nella povertà condivisa! E che rimedio è per la tristezza di tanti ricchi che perdono la loro vita nell’angusta prigionia dell’egoismo rinchiusi in un carcere dalle sbarre d’oro! Una volta mi è capitato di distribuire caramelle a un nutrito gruppo di bambini, alla fine me ne era rimasta una sola e avevo davanti tre sguardi in attesa… qualche minuto dopo si passavano con gioia la caramella da una bocca all’altra, sembrava mangiassero il paradiso!
Ho letto da qualche parte una bella storia che vi voglio raccontare.
Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana. Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta. Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio. Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero: “Ubuntu: come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?”. Ubuntu nella cultura africana subsahariana vuol dire: “Io sono perché noi siamo”.
Una bella storia che ci fa superare l’angusto credo cartesiano Cogito, ergo sum. Piuttosto la cultura subsahariana ci ricorda, più evangelicamente, che l’identità di ciascuno si trova nella relazione con tutti: l’io si trova nel noi e il noi arricchisce e rivela fino in fondo il proprio io. Ecco: i missionari, carichi della speranza che è Gesù, trovano dappertutto quei semi di speranza – semina Verbi – che Dio, nella creazione, ha sparso ovunque, e che è entusiasmante cercare e portare alla luce, quindi attivarli al meglio e renderli anche esportabili ad altre culture.
fr. Massimo Tedoldi
Nuntiantes in spe
